Francesco's profile..Season in the abyss !!PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
..Season in the abyss !!..Reign in blood !! |
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I hate...
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April 06 salve a tutti..fottuti amici di msn....ebbene si...è da un 'eternità..ke nn scrivo su questa pagina dai colori forti...e dallo sfondo odioso...
..dite voi.." e cambialo no?"..ma vale la pena...tanto alla fine queste parole..le leggero solo io..e questo sfondo lo guardero solo io !!
....cmq ora vi lascio ke gia..mi sto flashando con questi colori... a presto..o a mai!!
October 05 KISS - I Just Wanna KISS - I Just Wanna
I got a body built for sin and an appetite for passion
Yeah I can see the road to ruin and I'm lookin' for some action I got my finger on the trigger and a match to the fuse I'll make someone an offer that's too big to refuse Tired of tryin' to be what I'll never be, baby, you could never see that Chorus: I don't want a romance, I don't wanna dance, I just wanna forget you Time to take my chances, find somebody new I just wanna for, I just wanna for, I just wanna forget you I'm gonna set the night on fire, shootin' like a Roman Candle Ooh yeah, I'm burnin' with desire and I'm much too hot to handle I'm like a runaway, crazy train, I'm out of control If you try to put the brakes on, I'm still gonna roll Tired of tryin' to do what you want me to, baby, I'm just tired of you, yeah I don't want a romance, I don't wanna dance, I just wanna forget you Time to take my chances, find somebody new I just wanna for, I just wanna for, I just wanna for I just wanna forget you (Instrumental break) Wake up, baby, don't you sleep, I can't take this one more week If I can't go out to play, I can't make it one more day I wanna play with dynamite, time is right for heavy breathing Gettin' stone cold crazy till the dawn without a reason I wanna take me a vacation down a long stretch of track I'll find a new sensation and I ain't comin' back Tired of tryin' to be what I'll never be, baby, you could never see that I don't want a romance, I don't wanna dance I don't want a romance, or a second chance I don't want a romance, I don't wanna dance I just wanna for, I just wanna forget chorus repeats 2x I just wanna forget you, yeah! July 16 Open your heart..
Days filled with joy, June 29 Barrel of a gun DEPECHE MODE
BARREL OF A GUN
Do you mean this horny creep
Set upon weary feet Who looks in need of sleep That doesn't come This twisted, tortured mess This bed of sinfulness Who's longing for some rest And feeling numb What do you expect to be? What is it you want? Whatever you've planned for me I'm not the one A vicious appetite It visits me each night And won't be satisfied Won't be denied An unbearable pain A beating in my brain That leaves the mark of cain Right here inside What am I supposed to do? When everything that I've done Is leading me to conclude I'm not the one Whatever I've done I've been staring down the barrel of a gun Whatever I've done I've been staring down the barrel of a gun Whatever I've done (whatever, whatever) Is there something you need from me? Are you having your fun? I never agreed to be Your Holy One Whatever I've done I've been staring down the barrel of a gun Whatever I've done (whatever, whatever) I've been staring down the barrel of a gun Whatever I've done (whatever, forever) I've been staring down the barrel of a gun Il Corvo di Edgar Allan PoeI. Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, II. Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre, III. E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea, IV. Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo: V. Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito VI. Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme; VII. Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali, VIII. Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere, (1) In inglese è «no more» che ha molto del gracchiare del corvo. IX. Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello, X. Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente XI. Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta: XII. Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso, XIII. Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba XIV. Allora mi parve che l'aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile, XV. - « Profeta - io dissi - creatura del male! - certamente profeta, sii tu uccello o demonio! - XVI. - « Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio! XVII. - « Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! » - io urlai, balzando in piedi. XVIII. E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato TI AMO DA ........."MORIRE" !!!!Quelle mani sporche di sangue erano tutto ciò che le restava di lui. Di quel sorriso beffardo, quell'insulsa espressione di onnipotenza. Laura l'aveva amato fino alla follia e non avrebbe mai smesso, neppure ora che Eugenio non avrebbe più potuto né raggiungerla, né sfiorarla. Né tanto meno scacciarla. Tutto era iniziato pochi mesi prima, in quella trattoria dei Castelli. Col suo coltellaccio appuntito, Eugenio l'aveva inseguita per le scale che portano in cantina, giocando a fare il sadico per impaurirla. Poi, tra le botti e le dispense con formaggi e salumi d'ogni tipo, si erano amati per la notte intera, gemendo e sospirando di piacere. Quando Laura aveva accettato di lavorare per lui era già attratta dal suo sorriso e dal tipico accento romanesco con cui s'esprimeva, accecata da una passione esagerata per le sue forti braccia e per la barba che gli contornava il bel mento. Ma era attratta soprattutto dalle sue mani. Grandi e rudi. Promessa di godimento. Si erano piaciuti da subito. E posseduti con lo sguardo un centinaio di volte prima di finire uno sull'altro sotto i tavoli unti e umidi di quella cantina. Eugenio faceva venir fuori la parte peggiore di lei. Quella che neppure Laura stessa conosceva. La donna passionale, insaziabile, rovente... Si ritrovò a succhiargli il collo come una sanguisuga, a cavalcare il suo corpo robusto come una scatenata cavallerizza, a bere letteralmente sguardi, mani, carezze, sensazioni, umori e sudore... "Sei una puledra" diceva lui "la mia puttanella privata"... E lei lo azzittiva a furia di morsi e di baci. Da quel giorno erano scesi tante altre volte in cantina, godendo l'uno dell'altra con furiosa passione. "Mi togli le forze" si lamentava lui, ma poi, bastava un solo sguardo per desiderarla ed implorarne la resa. Dopo qualche settimana, Eugenio sembrava stregato. Imbambolato da quegli amplessi, non riusciva a far altro che a vagare allucinato per la trattoria. Pensò di allontanarla, provò ad evitarla. Ma la malattia della passione sbocciava improvvisa, nelle ore più strane e, nonostante i ripetuti appelli alla volontà e alla coerenza, tornava a cercarla più disperato di prima. E sempre la trovava. Seducente, accogliente, caldissima. Bastava uno sguardo e lei s'accendeva, un bacio e lei s'appassionava, spalancando per lui la sua voragine, la sua vertigine, la sua follia. Laura adorava essere posseduta da quel corpo forte e prepotente. Gemeva e poi ansimava e poi urlava, mordendo e graffiando quella amata pelle che solo poco prima aveva ricoperto di baci. D'improvviso,però, lui iniziò a sfuggirle. A negarsi. A voler spiegare. Lei lo braccava, lo aspettava, lo implorava. Ma la decisione di lasciarla sembrava irremovibile. Mentre Eugenio affettava la porchetta per i clienti del tavolo due, Laura accarezzava la sua schiena sperando di risvegliare il ricordo degli amplessi e dei baci. Quando lui scendeva in cantina a riempire le brocche, Laura si faceva trovare sulle scale a gambe aperte, coperta soltanto di desiderio. Ma lui sospirava e la scansava, bestemmiando la miseria e tutti i diavoli. Quando Eugenio preparava il conto per il tavolo otto, Laura gli passava la mano sul fondoschiena, fingendo un contatto casuale... E quante volte, poi, gli puntava addosso occhi appuntiti come spilli, passandosi la lingua sulle labbra o spalancando quelle labbra infuocate... Eugenio sudava e resisteva, la insultava e sospirava. Certo il desiderio c'era ancora, ma la notizia della quinta figlia in arrivo gli toglieva ogni fantasia dalla mente, ogni peccato dalla fantasia... Quel demonio sarebbe stato la sua rovina! E c'erano troppe bocche da sfamare in casa sua per permettersi di rincitrullire dietro a una zoccoletta assatanata! "Smettila una buona volta o ti licenzio" le urlava brandendo lo stesso coltellaccio con cui, per gioco, l'aveva sedotta. "Fatti scopare da un bel giovanotto e non rompermi più i coglioni"... "Se è questo che vuoi".... E Laura iniziò a pomiciare con chiunque rispondesse ai suoi inviti, ululando come una lupa negli angoli bui delle bettole vicine. Non c'era ubriacone, zotico o viandante che non approfittasse di quelle grazie svendute. Eugenio le sputava addosso, la scacciava via, disgustato fino al midollo. Quella sera, poi, quando la trovò nuda nella cucina della sua osteria, prese a schiaffeggiarla come un ossesso. "Vattene, sgualdrina! Non voglio più vederti...Se passi ancora da queste parti ti ammazzo"! Ma Laura, guardandolo, prese a masturbarsi con frenesia. Si contorceva, alzava da terra il bacino, guaiva come cagna in calore. "Mi fai schifo -diceva lui piangendo- sei un demonio"! A queste parole la ragazza s'alzò di colpo e s'avvicinò alla credenza. Estrasse dal primo cassetto quel coltellaccio che ben conosceva e s'avventò su di lui centrandolo all'addome. "Strega"! gemette l'uomo inondandola col sangue caldissimo. Laura prese a colpirlo a sfregiarlo a dilaniarlo... Non curandosi delle sue urla lo privò dei genitali, delle orecchie, delle mani... Un lago viscido e bruno ricopriva pavimento e suppellettili... Laura spalancò gli occhi come di fronte alla morte e poi raccolse con amore il suo ultimo respiro. Baciò quel che restava del suo uomo e cercò di seppellirlo nei pentoloni e nelle cassapanche...Un lampo di pazzia illuminò il suo sorriso quando, urtando per sbaglio le mani mozzate, pensò di raccoglierle e di ripulirle con cura. Così la trovarono i primi avventori di quel sabato sera. Seduta accanto al forno con due mani non sue sul ventre denudato. Spossata da un ritmo diabolico. Con l'espressione inconfondibile del godimento insano. La terrificante estasi dipinta sulle labbra spalancate. Dell'oste solo brandelli di vestiti e di pelle. Mescolati allo spezzatino sui fornelli Un delitto qualunqueE Michela correva, correva, si sentiva il cuore scoppiare, dalla fronte le scendevano lievi gocce di sudore e in bocca sentiva un gusto amarognolo, acre. Il sapore della paura. Lavorava da qualche mese lì al centro commerciale: il suo turno andava dalle 6 di mattina alle 2 del pomeriggio. La mattina si alzava prima dell’alba, preparava la colazione a Chiara, la figlia di 8 anni: la mamma è al lavoro, se hai bisogno chiamami al cellulare. Questo il messaggio che di giorno in giorno Michela lasciava sulla lavagna della cucina. Poi metteva in moto la sua vecchia Panda, accendeva i fari e via verso 8 ore di lavoro. Un lavoro agognato e conservato con cura e abnegazione, quasi fosse un rapporto coniugale: mai una litigata con qualcuno, mai nessuna espressione di rifiuto o collera sul suo volto, sempre sorrisi, saluti e strette di mano dispensate per tutti. Come ogni mattina appena entrata era andata negli spogliatoi a cambiarsi; salutati i pochi colleghi, si era messa subito a lavoro. Era addetta al reparto Casalinghi: ogni mattina doveva rimettere al suo posto tutta la merce che clienti sbadati lasciavano in diversi reparti, portare dal magazzino nuovi pezzi da esporre, apporre i codici a barre su tutti i relativi prodotti, controllare che la merce segnalata sulla bolla d’accompagnamento corrispondesse con quella realmente ricevuta, controllare tutti i prezzi con il listino del negozio; pentole, bicchieri, posate, piatti, frullatori: il lavoro non mancava mai. E come ogni mattina appena acceso il cellulare le era arrivata la lunga serie di sms del marito, o meglio ex marito: “Ciao amore. ti penso sempre, ti prego perdonami” o “Ciao Michi, ti va di vedersi oggi?”; ormai Michela non ci faceva più caso, non gli rispondeva neanche. Il loro matrimonio era in crisi da tempo, ma dopo averlo beccato con le mani nel sacco a casa di un’amica comune aveva deciso di mettere fine alla loro storia. Giorgio ci era rimasto molto male, aveva negato anche l’evidenza e da quel giorno la chiamava, la aspettava sotto casa, le mandava lettere supplicanti, le prometteva giorni felici insieme. Ma ormai la donna aveva superato la rabbia iniziale: pensava solo a lavorare sodo, a far crescere bene Chiara e magari a rifarsi una vita. Aperta l’ennesima scatola di piatti Michela sente squillare il cellulare: Giorgio. Sbuffando rifiuta la telefonata. Ma il telefono squilla ancora con insistenza. Con fare seccato e arrogante risponde: dall’altra parte la voce tremolante e piangente dell’uomo: “Ciao Michi!” “Che hai da dirmi?!” “Amore perché non mi rispondi mai?! Amore vediamoci, chiariamo almeno la nostra situazione!” “Non ho niente da chiarire! E lasciami in pace che devo lavorare! Ciao.” Categorica e scocciata come sempre, aveva riattaccato il telefono e si era rimessa a lavorare. Piatti piani, bicchieri in promozione, macchine da caffè… Si erano ormai fatte le 9 e i primi clienti cominciavano ad entrare. “Michela ti vogliono in magazzino!” Lasciati per un attimo penna e taglierino e incamminatasi per il magazzino, Michela si sente afferrare da dietro per il braccio. Era Giorgio. Dai suoi ochhi traspariva disperazione e sofferenza mista a rabbia e soddisfazione. “Hai visto che ti ho trovato?!” “Cosa vuoi?! Lasciami in pace, vattene!” Urlava sottovoce Michela. Detestava farsi notare in quelle situazioni spiacevoli. “Michi parliamo un po’ dai!” “Ti ho detto di lasciarmi andare! Levami le mani di dosso!” “Eh no amore! Ora non ti lascio andare…” La donna riuscì a divincolarsi dalla stretta, cominciò a camminare velocemente, a guardarsi indietro, non sapeva neanche lei dove andasse. Giorgio non la mollava, la seguiva con occhi rabbiosi e provati da tante notti insonni. Michela aumentava il passo, correva: prima il reparto cosmetici, poi quello dei detersivi, fino alla macelleria, la pescheria, quando vide una porta: la porta che conduceva all’uscita secondaria per i dipendenti. Al di là della porta c’era un corridoio di una ventina di metri, illuminato da neon bianchi; in fondo al corridoio una grossa porta antincendio e poi il parcheggio dei dipendenti. Michela aprì con forza la porta, si fiondò nel corridoio asettico, ma la sua corsa disperata si interruppe alla seconda porta. Tirò la maniglia più e più volte, imprecando, bestemmiando, tirando calci, ma fu tutto inutile. Era stata chiusa a chiave dall’esterno. Dopo una manciata di secondi la porta dietro di lei si aprì; entrò Giorgio con passo svelto, sguardo sicuro, ghigno sprezzante, brandendo un lungo coltello da macellaio. Michela pensò subito al peggio, cominciò a tremare, le si sgranarono gli occhi, si sedette a terra quasi in attesa dell’ultimo incontro fatale. “Che cazzo vuoi fare?! Giorgio! Giorgioo Fermati! Giorgiooo!” Lui non parlava, si dirigeva con passo trionfale verso la vittima, voleva vedere il terrore nei suoi occhi, voleva assaporare la sua paura fino in fondo. “Giorgio! Nooo! Fermati ti prego!” La prima coltellata fu al volto. Le squartò orizzontalmente la sua bella bocca disegnata. Le altre tre al collo provocarono enormi zampilli di sangue che macchiarono il muro imbiancato da poco. Michela giaceva agonizzante in terra, circondata dal suo sangue, con gli occhi ancora spalancati dalla paura. Giorgio aveva il fiatone, guardava la moglie soddisfatto, appagato dal suo gesto. La spogliò, toccò i suoi imponenti seni, la baciò, e abusò del suo corpo martoriato finchè ne ebbe la voglia. un bel racconto horror...Due strisce di eroina velocissime: il solito leggero bruciore al naso, due tirate forti con le narici e in gola si sentiva già quel gusto amaro, quel sapore di merda che ormai abitava in lui da molto tempo. Cominciò a saltare, a tirare pugni al muro, poi si accese una sigaretta; la divorò, tiro dopo tiro, quasi come fosse la prima dopo tanti mesi. C’era molta sporcizia in casa, c’era puzza di marcio. Nel lavello si accumulavano i resti di cibo, i bicchieri sporchi, i piatti col sugo incrostato, le mosche. “Quante mosche porca troia!”, lo diceva sempre e sorrideva. Si divertiva quasi a vedere tutti quei sudici insettini prendere sostentamento dai resti del suo cibo. Passava delle ore a osservare i ronzanti volteggi delle sue “amiche mosche”, ormai si sentiva il padre e l’amico di quella sporca colonia volatile divenuta motivo d’orgoglio. E ogni giorno si sedeva sulla poltrona davanti alla cucina, affascinato come un adolescente brufoloso di fronte a una ragazza nuda: “Quante mosche!” si ripeteva. Si teneva in disparte, parlava sottovoce, quasi per non disturbare la sordida quiete di quello stormo di sciacalle casalinghe che popolavano il suo lavello: stava a un paio di metri di distanza, quasi come un etologo di fronte a un branco di leoni nella savana, non osava avvicinarsi a quella “grande famiglia”. Di lì a poco instaurò un rapporto a dir poco morboso con le sue mosche: le salutava, chiedeva loro consigli, pareri, e, quando era particolarmente cotto da alcool e polverine, si sdraiava sul tappeto della cucina, lasciando che il suo corpo fosse accarezzato e abbracciato da quelle centinaia di zampette, quasi simulando un incontro erotico. I problemi per lui erano cominciati da un pezzo: la sua ragazza se n’era andata, voleva cercarsi un lavoro, voleva cambiare aria, ritornare a vivere normalmente. Facevano quella vita da tre anni ormai; qualche soldo rubato alla mamma, qualche lavoretto part time, un po’ di furti e tutto per mettere insieme quei 20 euro al giorno per procurarsi la loro “linfa”, il loro unico sostentamento, la fonte di gioie e disgrazie. Vivevano in una vecchia casa di campagna, ereditata dalla ragazza dopo la morte della zia: si erano rifugiati lì dopo continue fughe da casa, liti con i genitori e notti passate in questura. Avevano creato la loro tana, il giusto rifugio per due animali selvatici come loro. “Non ci resto più qui, me ne vado! Mia madreha già contattato la comunità, starò lì un paio di anni. Non ho scelta.” Glielo diceva ogni giorno, ma lui non voleva crederci: le rideva in faccia, non la ascolatava neanche. Il giorno dell’addio arrivò: una mattina si ritrovò solo nel letto, vestito e stordito come sempre. Al suo fianco non sentiva nessuno. Cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva: “Liviaaaaa! Liviaaaaaaa!” Vide una banconota da 50 euro sul comodino, la osservò quasi sdegnato e infine la afferrò avidamente. “Fanculo stronza! Torna da quella bigotta di tua madre!”. Non provava rancore, passava le sue giornate da perfetto parassita domestico: dormiva fino a tardi, appena alzato si faceva la prima pera, poi accendeva il motorino e via diretto verso il palazzo del suo “rifornitore”. Ogni giorno la stessa routine, i soliti gesti, e i soliti sguardi pieni di ammirazione verso quel ronzio ammaliante che proveniva dalla cucina. Il suo cervello era sempre più cotto da quel liquido marroncino che scorreva copioso nelle sue vene usurate; sosteneva lunghe conversazioni con quelle mosche, chiedeva loro consigli e il loro ronzare diventava un fiume di parole nella sua testa. La sua unica vicina, un’anziana signora di più o meno 70 anni, era molto preoccupata per la sorte del giovane: lo invitava spesso a pranzo, gli offriva un po’ di denaro, gli portava un po’ di viveri, medicine, qualche indumento del marito morto qualche anno prima. Insomma lo accudiva come un figlio, gli stava accanto con quanto più amore possibile. E lui accettava sempre di buon cuore i doni della donna, sebbene non reagisse proprio gentilmente quando la signora lo rimproverava di fare una vita troppo sregolata, di non aver ancora trovato un lavoro e soprattutto di continuare imperterrito a iniettarsi quella “robaccia”. Un giorno, pressato e minacciato dai creditori, si rivolse, come era solito fare, all’anziana signora: “Anna hai mica 30 euro da prestarmi?” “Ti ho dato dei soldi due giorni fa! Non ho niente, sono una pensionata io!” “Anche 20 euro, ti prego! Domani te li rendo! Te lo giuro!” le rispose. “Ti ho detto che non ho niente! Trovati un lavoro e smettila di drogarti! Un giorno o l’altro ti ritroveranno morto da qualche parte!” “Fanculo vecchiaccia!” esclamò sottovoce. Rientrato in casa si sedette sconsolato di fronte alla cucina, in contemplazione delle sue belle mosche: ronzavano forte, volteggiavano impazienti e goiose nell’aria calda, velocissime. Si lasciò ipnotizzare da quel ronzìo diventato ormai musica e coscienza al tempo stesso: chiuse gli occhi e si lasciò guidare da quel vibrare d’ali incessante. “Uccidila… Uccidila... “ “Cosa devo fare?!” chiese. “Uccidila… Uccidila… Uccidila…” Senza pensarci un attimo, afferò la mannaia che teneva appesa in cucina, ancora sporca di vecchi resti di cibo: si precipitò fuori, tutto sudato, con gli occhi ridenti, pieni di follia. La sua preda stava lucidando la grossa maniglia d’ottone della porta. Appena lo vide cominciò a correre urlando nei campi pieni di alti girasoli che circondavano le due case: lui le correva dietro, sbattendo nei lunghi e solidi steli dei fiori; la donna inciampò e lui in un attimo le fu addosso come un cane rabbioso. Cominciò a colpirla al volto: sentiva gli scricchiolii delle ossa facciali che cedevano sotto i colpi pesanti del suo attrezzo, le spaccò le mandibole, gli zigomi, avanzando fino al cranio. Con un paio di colpi decisi infranse le ossa temporali e poi si accanì sulla sua fronte spaziosa. Colpiva forte, ridendo e ansimando: il sangue fuoriusciva in abbondanza dalle narici e il fiato della donna era ormai rotto da quella scarica incessante di colpi inferti con immensa e gratuita brutalità. La terra arsa dal sole era cosparsa di sangue, frammenti ossei e piccoli brandelli di carne grigia: non ancora soddisfatto, aprì la cerniera dei pantaloni e cominciò ad urinare di gusto sul quel volto disintegrato dalla sua follia. Si fermò ad ammirare il cadavere, come uno scultore di fronte ad un’opera appena ultimata. “Porca puttana quanto sei brutta!” E dopo una breve risata si incamminò verso casa. Benvenuto nel mio Spaces!
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