Francesco's profile..Season in the abyss !!PhotosBlogListsMore Tools Help

..Season in the abyss !!

..Reign in blood !!

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I hate...
April 06

salve a tutti..fottuti amici di msn..

..ebbene si...è da un 'eternità..ke nn scrivo su questa pagina dai colori forti...e dallo sfondo odioso...
..dite voi.." e cambialo no?"..ma vale la pena...tanto alla fine queste parole..le leggero solo io..e questo sfondo lo guardero solo io !!
....cmq ora vi lascio ke gia..mi sto flashando con questi colori... a presto..o a mai!!
 
October 05

KISS - I Just Wanna

                            KISS  - I Just Wanna
 
I got a body built for sin and an appetite for passion
Yeah I can see the road to ruin and I'm lookin' for some action
I got my finger on the trigger and a match to the fuse
I'll make someone an offer that's too big to refuse

Tired of tryin' to be what I'll never be, baby, you could never see that

Chorus:
I don't want a romance, I don't wanna dance, I just wanna forget you
Time to take my chances, find somebody new
I just wanna for, I just wanna for, I just wanna forget you

I'm gonna set the night on fire, shootin' like a Roman Candle
Ooh yeah, I'm burnin' with desire and I'm much too hot to handle
I'm like a runaway, crazy train, I'm out of control
If you try to put the brakes on, I'm still gonna roll

Tired of tryin' to do what you want me to, baby, I'm just tired of you, yeah

I don't want a romance, I don't wanna dance, I just wanna forget you
Time to take my chances, find somebody new
I just wanna for, I just wanna for, I just wanna for
I just wanna forget you

(Instrumental break)

Wake up, baby, don't you sleep, I can't take this one more week
If I can't go out to play, I can't make it one more day

I wanna play with dynamite, time is right for heavy breathing
Gettin' stone cold crazy till the dawn without a reason
I wanna take me a vacation down a long stretch of track
I'll find a new sensation and I ain't comin' back

Tired of tryin' to be what I'll never be, baby, you could never see that

I don't want a romance, I don't wanna dance
I don't want a romance, or a second chance
I don't want a romance, I don't wanna dance
I just wanna for, I just wanna forget

chorus repeats 2x

I just wanna forget you, yeah!

 
 
 
July 16

Open your heart..

 

 

 

 

 

Days filled with joy,
And days filled with sorrow
I dont know just what to do
Am I happy today,
Am I lonely tomorrow
Everything depends on you
And Ive been waitin
For the angels to knock on my door
Ive been hopin
That everything could be like before
Open your heart
And tell me whats wrong
Why cant you talk like you used to do before
I dont know if Im weak
I dont know if I m strong
Hey girl I cant cope anymore
And Ive been waitin
For the angels to knock on my door
Ive been hopin
That everything could be like before
Open your heart,
Let me hear you
Make up your mind ,
I want to hear you call
Open your heart,
Want to come near you
Make up your mind,
Before we lose it all
Maybe that time
Has its own way of healin
Maybe it dries the tears in your eyes
But never change
The way that Im feelin
Only you can answer my cries

July 01

The Cure - The Only One

 
 
 
 
                                                                   The Cure - The Only One
June 29

Barrel of a gun

                                                              
cover
                                                                              
    DEPECHE MODE
  BARREL OF A GUN
                                      
Do you mean this horny creep
Set upon weary feet
Who looks in need of sleep
That doesn't come
This twisted, tortured mess
This bed of sinfulness
Who's longing for some rest
And feeling numb

What do you expect to be?
What is it you want?
Whatever you've planned for me
I'm not the one

A vicious appetite
It visits me each night
And won't be satisfied
Won't be denied
An unbearable pain
A beating in my brain
That leaves the mark of cain
Right here inside

What am I supposed to do?
When everything that I've done
Is leading me to conclude
I'm not the one

Whatever I've done
I've been staring down the barrel of a gun
Whatever I've done
I've been staring down the barrel of a gun
Whatever I've done (whatever, whatever)

Is there something you need from me?
Are you having your fun?
I never agreed to be
Your Holy One

Whatever I've done
I've been staring down the barrel of a gun
Whatever I've done (whatever, whatever)
I've been staring down the barrel of a gun
Whatever I've done (whatever, forever)
I've been staring down the barrel of a gun


 
                                      
June 27

Bluvertigo Altre forme di vita

BLUVERTIGO - ALTRE F.D.V.
 

Il Corvo di Edgar Allan Poe

I.

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco,
sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata;
mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero,
come di qualcuno che leggermente picchiasse - pichiasse alla porta della mia camera.
-- « È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera » --
Questo soltanto, e nulla più.

II.

Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre,
e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora,
e che nessuno chiamerà in terra - mai più.

III.

E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea,
facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima,
sicchè, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo:
« È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza.
« Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza;
è questo soltanto, e nulla più ».

IV.

Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
« Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono;
« ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente,
« e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera,
« che io ero poco sicuro d'avervi udito ». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.

V.

Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito
sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.

VI.

Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme;
ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
« Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra ».
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.

VII.

Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali,
si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d'altri tempi;
egli non fece la menoma riverenza; non esitò, nè ristette un istante
ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera,
s'appollaiò, e s'installò - e nulla più.

VIII.

Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con la grave e severa dignità del suo aspetto:
« Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile,
« orrido, torvo e antico corvo errante lontanto dalle spiagge della Notte
« dimmi qual'è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte! »
Disse il corvo: « Mai più ». (1)

(1) In inglese è «no more» che ha molto del gracchiare del corvo.

IX.

Mi meravigliai molto udendo parlare sì chiaramente questo sgraziato uccello,
sebbene la sua risposta fosse poco sensata - fosse poco a proposito;
poichè non possiamo fare a meno d'ammettere, che nessuna vivente creatura umana,
mai, finora, fu beata dalla visione d'un uccello sulla porta della sua camera,
con un nome siffatto: « Mai più ».

X.

Ma il corvo, appollaiato solitario sul placido busto, profferì solamente
quest'unica parola, come se la sua anima in quest'unica parola avesse effusa.
Niente di nuovo egli pronunziò - nessuna penna egli agitò -
finchè in tono appena più forte di un murmure, io dissi: « Altri amici mi hanno già abbandonato,
domani anch'esso mi lascerà, come le mie speranze, che mi hanno già abbandonato ».
Allora, l'uccello disse: « Mai più ».

XI.

Trasalendo, perchè il silenzio veniva rotto da una risposta sì giusta:
« Senza dubbio - io dissi - ciò ch'egli pronunzia è tutto il suo sapere e la sua ricchezza,
« presi da qualche infelice padrone, che la spietata sciagura
« perseguì sempre più rapida, finchè le sue canzoni ebbero un solo ritornello,
« finchè i canti funebri della sua Speranza ebbero il malinconico ritornello:
« Mai, - mai più ».

XII.

Ma il corvo inducendo ancora tutta la mia triste anima al sorriso,
subito volsi una sedia con ricchi cuscini di fronte all'uccello, al busto e alla porta;
quindi, affondandomi nel velluto, mi misi a concatenare
fantasia a fantasia, pensando che cosa questo sinistro uccello d'altri tempi,
che cosa questo torvo sgraziato orrido scarno e sinistro uccello d'altri tempi
intendea significare gracchiando: « Mai più ».

XIII.

Così sedevo, immerso a congetturare, senza rivolgere una sillaba
all'uccello, i cui occhi infuocati ardevano ora nell'intimo del mio petto;
io sedeva pronosticando su ciò e su altro ancora, con la testa reclinata adagio
sulla fodera di velluto del cuscino su cui la lampada guardava fissamente;
ma la cui fodera di velluto viola, che la lampada guarda fissamente
Ella non premerà, ah! - mai più!

XIV.

Allora mi parve che l'aria si facesse più densa, profumata da un incensiere invisibile,
agiato da Serafini, i cui morbidi passi tintinnavano sul soffice pavimento,
- « Disgraziato! - esclamai - il tuo Dio per mezzo di questi angeli ti à inviato
« il sollievo - il sollievo e il nepente per le tue memorie di Eleonora!
« Tracanna, oh! tracanna questo dolce nepente, e dimentica la perduta Eleonora!
Disse il corvo: « Mai più ».

XV.

- « Profeta - io dissi - creatura del male! - certamente profeta, sii tu uccello o demonio! -
- « Sia che il tentatore l'abbia mandato, sia che la tempesta t'abbia gettato qui a riva,
« desolato, ma ancora indomito, su questa deserta terra incantata
« in questa visitata dall'orrore - dimmi, in verità, ti scongiuro -
« Vi è - vi è un balsamo in Galaad? dimmi, dimmi - ti scongiuro. -
Disse il corvo: « Mai più ».

XVI.

- « Profeta! - io dissi - creatura del male! - Certamente profeta, sii tu uccello o demonio!
« Per questo Cielo che s'incurva su di noi - per questo Dio che tutti e due adoriamo -
« dì a quest'anima oppressa dal dolore, se, nel lontano Eden,
« essa abbraccerà una santa fanciulla, che gli angeli chiamano Eleonora,
« abbraccerà una rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Eleonora ».
Disse il corvo: « Mai più ».

XVII.

- « Sia questa parola il nostro segno d'addio, uccello o demonio! » - io urlai, balzando in piedi.
« Ritorna nella tempesta e sulla riva avernale della notte!
« Non lasciare nessuna piuma nera come una traccia della menzogna che la tua anima ha profferita!
« Lascia inviolata la mia solitudine! Sgombra il busto sopra la mia porta!
Disse il corvo: « Mai più ».

XVIII.

E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato
sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza,
e i suoi occhi sembrano quelli d'un demonio che sogna;
e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento,
e la mia, fuori di quest'ombra, che giace ondeggiando sul pavimento
non si solleverà mai più!

TI AMO DA ........."MORIRE" !!!!

Quelle mani sporche di sangue erano tutto ciò che le restava di lui. Di quel sorriso beffardo, quell'insulsa espressione di onnipotenza. Laura l'aveva amato fino alla follia e non avrebbe mai smesso, neppure ora che Eugenio non avrebbe più potuto né raggiungerla, né sfiorarla. Né tanto meno scacciarla. Tutto era iniziato pochi mesi prima, in quella trattoria dei Castelli. Col suo coltellaccio appuntito, Eugenio l'aveva inseguita per le scale che portano in cantina, giocando a fare il sadico per impaurirla. Poi, tra le botti e le dispense con formaggi e salumi d'ogni tipo, si erano amati per la notte intera, gemendo e sospirando di piacere. Quando Laura aveva accettato di lavorare per lui era già attratta dal suo sorriso e dal tipico accento romanesco con cui s'esprimeva, accecata da una passione esagerata per le sue forti braccia e per la barba che gli contornava il bel mento. Ma era attratta soprattutto dalle sue mani. Grandi e rudi. Promessa di godimento. Si erano piaciuti da subito. E posseduti con lo sguardo un centinaio di volte prima di finire uno sull'altro sotto i tavoli unti e umidi di quella cantina. Eugenio faceva venir fuori la parte peggiore di lei. Quella che neppure Laura stessa conosceva. La donna passionale, insaziabile, rovente... Si ritrovò a succhiargli il collo come una sanguisuga, a cavalcare il suo corpo robusto come una scatenata cavallerizza, a bere letteralmente sguardi, mani, carezze, sensazioni, umori e sudore... "Sei una puledra" diceva lui "la mia puttanella privata"... E lei lo azzittiva a furia di morsi e di baci. Da quel giorno erano scesi tante altre volte in cantina, godendo l'uno dell'altra con furiosa passione. "Mi togli le forze" si lamentava lui, ma poi, bastava un solo sguardo per desiderarla ed implorarne la resa. Dopo qualche settimana, Eugenio sembrava stregato. Imbambolato da quegli amplessi, non riusciva a far altro che a vagare allucinato per la trattoria. Pensò di allontanarla, provò ad evitarla. Ma la malattia della passione sbocciava improvvisa, nelle ore più strane e, nonostante i ripetuti appelli alla volontà e alla coerenza, tornava a cercarla più disperato di prima. E sempre la trovava. Seducente, accogliente, caldissima. Bastava uno sguardo e lei s'accendeva, un bacio e lei s'appassionava, spalancando per lui la sua voragine, la sua vertigine, la sua follia. Laura adorava essere posseduta da quel corpo forte e prepotente. Gemeva e poi ansimava e poi urlava, mordendo e graffiando quella amata pelle che solo poco prima aveva ricoperto di baci. D'improvviso,però, lui iniziò a sfuggirle. A negarsi. A voler spiegare. Lei lo braccava, lo aspettava, lo implorava. Ma la decisione di lasciarla sembrava irremovibile. Mentre Eugenio affettava la porchetta per i clienti del tavolo due, Laura accarezzava la sua schiena sperando di risvegliare il ricordo degli amplessi e dei baci. Quando lui scendeva in cantina a riempire le brocche, Laura si faceva trovare sulle scale a gambe aperte, coperta soltanto di desiderio. Ma lui sospirava e la scansava, bestemmiando la miseria e tutti i diavoli. Quando Eugenio preparava il conto per il tavolo otto, Laura gli passava la mano sul fondoschiena, fingendo un contatto casuale... E quante volte, poi, gli puntava addosso occhi appuntiti come spilli, passandosi la lingua sulle labbra o spalancando quelle labbra infuocate... Eugenio sudava e resisteva, la insultava e sospirava. Certo il desiderio c'era ancora, ma la notizia della quinta figlia in arrivo gli toglieva ogni fantasia dalla mente, ogni peccato dalla fantasia... Quel demonio sarebbe stato la sua rovina! E c'erano troppe bocche da sfamare in casa sua per permettersi di rincitrullire dietro a una zoccoletta assatanata! "Smettila una buona volta o ti licenzio" le urlava brandendo lo stesso coltellaccio con cui, per gioco, l'aveva sedotta. "Fatti scopare da un bel giovanotto e non rompermi più i coglioni"... "Se è questo che vuoi".... E Laura iniziò a pomiciare con chiunque rispondesse ai suoi inviti, ululando come una lupa negli angoli bui delle bettole vicine. Non c'era ubriacone, zotico o viandante che non approfittasse di quelle grazie svendute. Eugenio le sputava addosso, la scacciava via, disgustato fino al midollo. Quella sera, poi, quando la trovò nuda nella cucina della sua osteria, prese a schiaffeggiarla come un ossesso. "Vattene, sgualdrina! Non voglio più vederti...Se passi ancora da queste parti ti ammazzo"! Ma Laura, guardandolo, prese a masturbarsi con frenesia. Si contorceva, alzava da terra il bacino, guaiva come cagna in calore. "Mi fai schifo -diceva lui piangendo- sei un demonio"! A queste parole la ragazza s'alzò di colpo e s'avvicinò alla credenza. Estrasse dal primo cassetto quel coltellaccio che ben conosceva e s'avventò su di lui centrandolo all'addome. "Strega"! gemette l'uomo inondandola col sangue caldissimo. Laura prese a colpirlo a sfregiarlo a dilaniarlo... Non curandosi delle sue urla lo privò dei genitali, delle orecchie, delle mani... Un lago viscido e bruno ricopriva pavimento e suppellettili... Laura spalancò gli occhi come di fronte alla morte e poi raccolse con amore il suo ultimo respiro. Baciò quel che restava del suo uomo e cercò di seppellirlo nei pentoloni e nelle cassapanche...Un lampo di pazzia illuminò il suo sorriso quando, urtando per sbaglio le mani mozzate, pensò di raccoglierle e di ripulirle con cura. Così la trovarono i primi avventori di quel sabato sera. Seduta accanto al forno con due mani non sue sul ventre denudato. Spossata da un ritmo diabolico. Con l'espressione inconfondibile del godimento insano. La terrificante estasi dipinta sulle labbra spalancate. Dell'oste solo brandelli di vestiti e di pelle. Mescolati allo spezzatino sui fornelli

Un delitto qualunque

E Michela correva, correva, si sentiva il cuore scoppiare, dalla fronte le scendevano lievi gocce di sudore e in bocca sentiva un gusto amarognolo, acre. Il sapore della paura.
Lavorava da qualche mese lì al centro commerciale: il suo turno andava dalle 6 di mattina alle 2 del pomeriggio. La mattina si alzava prima dell’alba, preparava la colazione a Chiara, la figlia di 8 anni: la mamma è al lavoro, se hai bisogno chiamami al cellulare. Questo il messaggio che di giorno in giorno Michela lasciava sulla lavagna della cucina. Poi metteva in moto la sua vecchia Panda, accendeva i fari e via verso 8 ore di lavoro. Un lavoro agognato e conservato con cura e abnegazione, quasi fosse un rapporto coniugale: mai una litigata con qualcuno, mai nessuna espressione di rifiuto o collera sul suo volto, sempre sorrisi, saluti e strette di mano dispensate per tutti. Come ogni mattina appena entrata era andata negli spogliatoi a cambiarsi; salutati i pochi colleghi, si era messa subito a lavoro. Era addetta al reparto Casalinghi: ogni mattina doveva rimettere al suo posto tutta la merce che clienti sbadati lasciavano in diversi reparti, portare dal magazzino nuovi pezzi da esporre, apporre i codici a barre su tutti i relativi prodotti, controllare che la merce segnalata sulla bolla d’accompagnamento corrispondesse con quella realmente ricevuta, controllare tutti i prezzi con il listino del negozio; pentole, bicchieri, posate, piatti, frullatori: il lavoro non mancava mai.
E come ogni mattina appena acceso il cellulare le era arrivata la lunga serie di sms del marito, o meglio ex marito: “Ciao amore. ti penso sempre, ti prego perdonami” o “Ciao Michi, ti va di vedersi oggi?”; ormai Michela non ci faceva più caso, non gli rispondeva neanche. Il loro matrimonio era in crisi da tempo, ma dopo averlo beccato con le mani nel sacco a casa di un’amica comune aveva deciso di mettere fine alla loro storia. Giorgio ci era rimasto molto male, aveva negato anche l’evidenza e da quel giorno la chiamava, la aspettava sotto casa, le mandava lettere supplicanti, le prometteva giorni felici insieme. Ma ormai la donna aveva superato la rabbia iniziale: pensava solo a lavorare sodo, a far crescere bene Chiara e magari a rifarsi una vita.
Aperta l’ennesima scatola di piatti Michela sente squillare il cellulare: Giorgio. Sbuffando rifiuta la telefonata. Ma il telefono squilla ancora con insistenza.
Con fare seccato e arrogante risponde: dall’altra parte la voce tremolante e piangente dell’uomo: “Ciao Michi!”
“Che hai da dirmi?!”
“Amore perché non mi rispondi mai?! Amore vediamoci, chiariamo almeno la nostra situazione!”
“Non ho niente da chiarire! E lasciami in pace che devo lavorare! Ciao.”
Categorica e scocciata come sempre, aveva riattaccato il telefono e si era rimessa a lavorare. Piatti piani, bicchieri in promozione, macchine da caffè…
Si erano ormai fatte le 9 e i primi clienti cominciavano ad entrare.
“Michela ti vogliono in magazzino!”
Lasciati per un attimo penna e taglierino e incamminatasi per il magazzino, Michela si sente afferrare da dietro per il braccio. Era Giorgio. Dai suoi ochhi traspariva disperazione e sofferenza mista a rabbia e soddisfazione. “Hai visto che ti ho trovato?!”
“Cosa vuoi?! Lasciami in pace, vattene!”
Urlava sottovoce Michela. Detestava farsi notare in quelle situazioni spiacevoli.
“Michi parliamo un po’ dai!”
“Ti ho detto di lasciarmi andare! Levami le mani di dosso!”
“Eh no amore! Ora non ti lascio andare…”

La donna riuscì a divincolarsi dalla stretta, cominciò a camminare velocemente, a guardarsi indietro, non sapeva neanche lei dove andasse. Giorgio non la mollava, la seguiva con occhi rabbiosi e provati da tante notti insonni.
Michela aumentava il passo, correva: prima il reparto cosmetici, poi quello dei detersivi, fino alla macelleria, la pescheria, quando vide una porta: la porta che conduceva all’uscita secondaria per i dipendenti.
Al di là della porta c’era un corridoio di una ventina di metri, illuminato da neon bianchi; in fondo al corridoio una grossa porta antincendio e poi il parcheggio dei dipendenti.
Michela aprì con forza la porta, si fiondò nel corridoio asettico, ma la sua corsa disperata si interruppe alla seconda porta. Tirò la maniglia più e più volte, imprecando, bestemmiando, tirando calci, ma fu tutto inutile. Era stata chiusa a chiave dall’esterno.
Dopo una manciata di secondi la porta dietro di lei si aprì; entrò Giorgio con passo svelto, sguardo sicuro, ghigno sprezzante, brandendo un lungo coltello da macellaio.
Michela pensò subito al peggio, cominciò a tremare, le si sgranarono gli occhi, si sedette a terra quasi in attesa dell’ultimo incontro fatale.
“Che cazzo vuoi fare?! Giorgio! Giorgioo Fermati! Giorgiooo!”
Lui non parlava, si dirigeva con passo trionfale verso la vittima, voleva vedere il terrore nei suoi occhi, voleva assaporare la sua paura fino in fondo.
“Giorgio! Nooo! Fermati ti prego!”

La prima coltellata fu al volto. Le squartò orizzontalmente la sua bella bocca disegnata. Le altre tre al collo provocarono enormi zampilli di sangue che macchiarono il muro imbiancato da poco. Michela giaceva agonizzante in terra, circondata dal suo sangue, con gli occhi ancora spalancati dalla paura.
Giorgio aveva il fiatone, guardava la moglie soddisfatto, appagato dal suo gesto.
La spogliò, toccò i suoi imponenti seni, la baciò, e abusò del suo corpo martoriato finchè ne ebbe la voglia.

un bel racconto horror...

Due strisce di eroina velocissime: il solito leggero bruciore al naso, due tirate forti con le narici e in gola si sentiva già quel gusto amaro, quel sapore di merda che ormai abitava in lui da molto tempo.
Cominciò a saltare, a tirare pugni al muro, poi si accese una sigaretta; la divorò, tiro dopo tiro, quasi come fosse la prima dopo tanti mesi.
C’era molta sporcizia in casa, c’era puzza di marcio. Nel lavello si accumulavano i resti di cibo, i bicchieri sporchi, i piatti col sugo incrostato, le mosche.
“Quante mosche porca troia!”, lo diceva sempre e sorrideva.
Si divertiva quasi a vedere tutti quei sudici insettini prendere sostentamento dai resti del suo cibo. Passava delle ore a osservare i ronzanti volteggi delle sue “amiche mosche”, ormai si sentiva il padre e l’amico di quella sporca colonia volatile divenuta motivo d’orgoglio.
E ogni giorno si sedeva sulla poltrona davanti alla cucina, affascinato come un adolescente brufoloso di fronte a una ragazza nuda: “Quante mosche!” si ripeteva.
Si teneva in disparte, parlava sottovoce, quasi per non disturbare la sordida quiete di quello stormo di sciacalle casalinghe che popolavano il suo lavello: stava a un paio di metri di distanza, quasi come un etologo di fronte a un branco di leoni nella savana, non osava avvicinarsi a quella “grande famiglia”.
Di lì a poco instaurò un rapporto a dir poco morboso con le sue mosche: le salutava, chiedeva loro consigli, pareri, e, quando era particolarmente cotto da alcool e polverine, si sdraiava sul tappeto della cucina, lasciando che il suo corpo fosse accarezzato e abbracciato da quelle centinaia di zampette, quasi simulando un incontro erotico.

I problemi per lui erano cominciati da un pezzo: la sua ragazza se n’era andata, voleva cercarsi un lavoro, voleva cambiare aria, ritornare a vivere normalmente. Facevano quella vita da tre anni ormai; qualche soldo rubato alla mamma, qualche lavoretto part time, un po’ di furti e tutto per mettere insieme quei 20 euro al giorno per procurarsi la loro “linfa”, il loro unico sostentamento, la fonte di gioie e disgrazie. Vivevano in una vecchia casa di campagna, ereditata dalla ragazza dopo la morte della zia: si erano rifugiati lì dopo continue fughe da casa, liti con i genitori e notti passate in questura.
Avevano creato la loro tana, il giusto rifugio per due animali selvatici come loro.

“Non ci resto più qui, me ne vado! Mia madreha già contattato la comunità, starò lì un paio di anni. Non ho scelta.”
Glielo diceva ogni giorno, ma lui non voleva crederci: le rideva in faccia, non la ascolatava neanche.

Il giorno dell’addio arrivò: una mattina si ritrovò solo nel letto, vestito e stordito come sempre. Al suo fianco non sentiva nessuno. Cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva: “Liviaaaaa! Liviaaaaaaa!”
Vide una banconota da 50 euro sul comodino, la osservò quasi sdegnato e infine la afferrò avidamente. “Fanculo stronza! Torna da quella bigotta di tua madre!”.

Non provava rancore, passava le sue giornate da perfetto parassita domestico: dormiva fino a tardi, appena alzato si faceva la prima pera, poi accendeva il motorino e via diretto verso il palazzo del suo “rifornitore”.
Ogni giorno la stessa routine, i soliti gesti, e i soliti sguardi pieni di ammirazione verso quel ronzio ammaliante che proveniva dalla cucina.
Il suo cervello era sempre più cotto da quel liquido marroncino che scorreva copioso nelle sue vene usurate; sosteneva lunghe conversazioni con quelle mosche, chiedeva loro consigli e il loro ronzare diventava un fiume di parole nella sua testa.
La sua unica vicina, un’anziana signora di più o meno 70 anni, era molto preoccupata per la sorte del giovane: lo invitava spesso a pranzo, gli offriva un po’ di denaro, gli portava un po’ di viveri, medicine, qualche indumento del marito morto qualche anno prima. Insomma lo accudiva come un figlio, gli stava accanto con quanto più amore possibile.
E lui accettava sempre di buon cuore i doni della donna, sebbene non reagisse proprio gentilmente quando la signora lo rimproverava di fare una vita troppo sregolata, di non aver ancora trovato un lavoro e soprattutto di continuare imperterrito a iniettarsi quella “robaccia”.

Un giorno, pressato e minacciato dai creditori, si rivolse, come era solito fare, all’anziana signora:

“Anna hai mica 30 euro da prestarmi?”
“Ti ho dato dei soldi due giorni fa! Non ho niente, sono una pensionata io!”
“Anche 20 euro, ti prego! Domani te li rendo! Te lo giuro!” le rispose.
“Ti ho detto che non ho niente! Trovati un lavoro e smettila di drogarti! Un giorno o l’altro ti ritroveranno morto da qualche parte!”

“Fanculo vecchiaccia!” esclamò sottovoce.
Rientrato in casa si sedette sconsolato di fronte alla cucina, in contemplazione delle sue belle mosche: ronzavano forte, volteggiavano impazienti e goiose nell’aria calda, velocissime. Si lasciò ipnotizzare da quel ronzìo diventato ormai musica e coscienza al tempo stesso: chiuse gli occhi e si lasciò guidare da quel vibrare d’ali incessante.

“Uccidila… Uccidila... “

“Cosa devo fare?!” chiese.

“Uccidila… Uccidila… Uccidila…”

Senza pensarci un attimo, afferò la mannaia che teneva appesa in cucina, ancora sporca di vecchi resti di cibo: si precipitò fuori, tutto sudato, con gli occhi ridenti, pieni di follia. La sua preda stava lucidando la grossa maniglia d’ottone della porta. Appena lo vide cominciò a correre urlando nei campi pieni di alti girasoli che circondavano le due case: lui le correva dietro, sbattendo nei lunghi e solidi steli dei fiori; la donna inciampò e lui in un attimo le fu addosso come un cane rabbioso. Cominciò a colpirla al volto: sentiva gli scricchiolii delle ossa facciali che cedevano sotto i colpi pesanti del suo attrezzo, le spaccò le mandibole, gli zigomi, avanzando fino al cranio. Con un paio di colpi decisi infranse le ossa temporali e poi si accanì sulla sua fronte spaziosa. Colpiva forte, ridendo e ansimando: il sangue fuoriusciva in abbondanza dalle narici e il fiato della donna era ormai rotto da quella scarica incessante di colpi inferti con immensa e gratuita brutalità. La terra arsa dal sole era cosparsa di sangue, frammenti ossei e piccoli brandelli di carne grigia: non ancora soddisfatto, aprì la cerniera dei pantaloni e cominciò ad urinare di gusto sul quel volto disintegrato dalla sua follia.
Si fermò ad ammirare il cadavere, come uno scultore di fronte ad un’opera appena ultimata.
“Porca puttana quanto sei brutta!”
E dopo una breve risata si incamminò verso casa.

 
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°Geggia°wrote:
ciao sn paxata d qua...è da un pò ke nn chattiam...km va? cmq mlt carino il blog...se t va paxa dal mio =) baci
Oct. 12
Miss Anny Cwrote:
.....oooO...................
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......Sn PaSsAtA ........
..........dI qUi..............
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............... (_/............
................................
Ciao tesoro mio,volevo laciare un impronta sul tuo guest book...
inizio anke ad abituarmi ai tuoi pupazzetti emo,complimenti il tuo blog sta prendendo sempre più
una bella forma...poi fratè...mo ke suoni nn sei solo il mitico Francesco Paolo
x gli amici Ciccio Punk..ora sei una ROCKSTAR SUPERMEGAEXTRA FIGA!!
hehehehehe i fimmani i spacchi.....tvb commà
 
 
 
 
 
 
Oct. 5
Morganawrote:
ueeeeeeeeeeeeeeeeeeeee finalmente ti sei fatto il blog!!!!
xo vedi di aggiustarlo un po perchè è vuotissimo !!!
cmq sei spettacolare in quelle foto ma non farti troppu u pileri...e soprattutto se ti piace una ragazza nn badare all'età (ogni riferimento è puramente casuale)
se ti serve una mano x il blog puoi chieedere a me,no problem!!!
ciauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu 
Sept. 23
Io adoro...
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Francesco Paolo

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..Amo la Natura e gli animali...(sopratttutto i serpenti)...
..suono la kitarra e compongo pezzi miei..(ora li registrerò)!